“Good Bye, Lenin!” – Hello, Trump!

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Ieri, 9 novembre 2016, ricorreva l’anniversario della caduta del Muro di Berlino, avvenuta 27 anni fa.

Nello stesso momento, negli Stati Uniti d’America, Donald J. Trump veniva eletto il 45esimo presidente.

Nell’anniversario della caduta del Muro, è stato eletto un uomo che ha fondato la sua campagna elettorale sulla divisione. Trump ha parlato per mesi della costruzione di un muro che separi gli USA dal Messico, per combattere l’affluenza di immigrati che secondo lui “portano droga e sono stupratori”.

Cosa ha a che fare l’America con il Berliner Mauer? Moltissimo.

Nel 1963, mesi prima della sua morte, il presidente John Fitzgerald Kennedy aveva tenuto uno storico discorso a Berlino Ovest, alla presenza di migliaia di persone. Il suo discorso incoraggiava la riunificazione delle “due Germanie” e si concludeva con la frase di solidarietà “Ich bin ein Berliner!” (Io sono di Berlino!).

Nel 1987, Ronald Reagan, presidente americano eletto dal partito repubblicano, seguì le orme del suo predecessore democratico. Tenne un nuovo discorso, che è anch’esso entrato nella storia per la celebre frase con cui Reagan si rivolge ai vertici del governo sovietico: “Mr. Gorbačëv, tear down this wall!” (Mr. Gorbačëv, abbatta questo muro!).

Per raccontarvi questa storia, ho scelto un film del 2003 di Wolfgang Becker, intitolato “Good Bye, Lenin!”.

1978, Berlino Est. Il marito di Christiane scappa a Ovest, lasciandola sola con i figli. La donna, dopo un periodo di depressione, diventa fervente attivista del partito comunista della DDR.
1989. Christiane vede il figlio Alex protestare contro il partito e ha un attacco cardiaco per lo shock. Mentre la donna è in coma, il mondo cambia: il Muro viene abbattuto, la Germania torna unita e l’Ovest porta con sé tutto il progresso del mondo libero.
Per evitare che la novità possa sconvolgere e far peggiorare le condizioni della madre, il giovane Alex si impegna per far sembrare che nulla sia cambiato. Crea telegiornali speciali solo per Christiane, usa vecchi barattoli sovietici per il cibo e le fa credere che lo Coca-Cola sia in effetti un prodotto sovietico.
Tutto fila liscio, finché la donna ha un nuovo infarto, che le lascia pochi giorni da vivere; pur avendo scoperto la verità, finge di credere allo scenario del figlio, che nel frattempo scopre la verità sul proprio padre e riesce a ricontattarlo.
Negli ultimi giorni della vita della madre, Alex riscrive la storia della caduta del Muro, consegnando la vittoria ad un socialismo meno corrotto.

In questa brillante pellicola è emblematica la scena che dà effettivamente il titolo al film: la gigantesca statua di Lenin a Berlino Est viene portata via con un elicottero.
Se dapprima mostra la crudeltà della divisione, piano piano la trama mostra le difficoltà di una riunificazione che tutti hanno sognato per decenni, ma che ha lasciato troppo amaro nei cuori.
Il giovane Alex, ribelle e contrario al partito, riscopre quei valori socialisti che, se non fossero stati corrotti dal potere e dalla guerra, sarebbero stati la base di una nuova umanità. Nello stesso momento, sua madre Christiane scopre che la libertà è molto più importante della sicurezza che deriva dall’abbassare la testa ed omologarsi all’ignoranza.

Ad interpretare Alex è un giovane Daniel Bruhl, attore tedesco che verrà poi scoperto dal cinema americano e avrà grande successo in colossal come Capitan America: Civil War o in Bastardi senza gloria di Tarantino.

Questo film ha un messaggio molto importante, che va ricordato ogni anno, nel giorno della caduta del Muro. La storia si ripete quando viene dimenticata.

Con periodicità ciclica ci facciamo abbindolare dai nazionalismi e dalla ristrettezza mentale di chi ci promette sicurezza, potere e rispetto. In moltissimi Stati del mondo libero, anche in Europa, i partiti nazionalisti e conservatori attirano ogni giorno sempre più seguaci, anche tra i giovanissimi.
In Francia, dopo l’elezione di Trump, Marine LePen ha guadagnato maggiori possibilità di salire al governo; in Austria il partito conservatore acquista sostenitori ogni giorno; in Italia moltissimi elettori ripongono le proprie speranze in personaggi come Salvini, agitatori politici conservatori, che hanno sostenuto Trump e che come lui fanno commenti razzisti e spesso dissacranti.

L’America, al suo meglio, è la prova che l’immigrazione è una risorsa straordinaria. In moltissime città multietniche e cosmopolite, la diversità culturale è quello che i turisti amano di più ed è quello che tutti gli Stati nel 2016 dovrebbero aspirare ad ottenere.

Trump ha scelto di accattivarsi un popolo che raccoglie il retaggio dell’ideologia sudista, che è deluso dal partito democratico di Obama e Clinton, un popolo che crede che Trump possa essere il nuovo Reagan e che possa portare una ventata di novità.
Sorprende soprattutto che, nel 2016, possa essere eletto un uomo che si permette di fare il verso ad un giornalista con disabilità, che definisce tutti i musulmani terroristi e che ogni volta che apre bocca esprime commenti misogini.

Però, per dimostrare che un po’ di speranza c’è sempre, ieri Ilhan Omar è diventata la prima senatrice somalo-americana (e musulmana) ad entrare nel Congresso americano.

Non ci resta che ricordare con affetto e rispetto coloro che hanno lottato per la caduta del Muro e per la riunificazione della Germania. Non resta che ringraziare coloro che hanno perso la vita perché questo fosse possibile e, soprattutto, scusarci se non saremo all’altezza.

Facciamo i nostri migliori auguri agli Stati Uniti, God bless you.

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Linda Moncado

Linda Moncado

Nata il 13 settembre 1993 a Vimercate. Ho vissuto e frequentato le scuole nel piccolo paese brianzolo dove mia madre aveva un bar, da cui osservavo l'umanità. Ho frequentato il Liceo Linguistico a Monza. Sogno di fare la scrittrice da quando ero bambina e mi sono innamorata de Il richiamo della foresta di Jack London. Oggi i miei modelli letterari sono F.S. Fitzgerald, Hemingway e Garcia Marquez.

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